VACCINI SÌ, VACCINI NO.

Ed eccoci a una questione che da anni impegna in uno scontro senza esclusione di colpi i paladini dei vaccini e i sostenitori della pericolosità degli stessi.
Le ragioni di questa infinita diatriba hanno un nome e una data: Andrew Wakefield, 1998.
Tutto si basa su un articolo apparso nel 1998 sulla prestigiosissima rivista scientifica inglese “The lancet”.
L’autore, il gastroenterologo inglese Andrew Wakefield, illustrava i dati di uno studio su 12 bambini con enterocolite autistica per i quali riteneva di poter associare questa patologia con il vaccino trivalente contro morbillo, pertosse e rosolia utilizzato in questa forma dal 1971.
La cosa, ovviamente, non passò inosservata.
Le conclusioni dell’articolo insinuarono dubbi e paure che portarono ad una diffidenza verso la vaccinazione anti-morbillo con il risultato che la copertura vaccinale andò via via diminuendo.
C’è da dire che nell’ultimo ventennio altri episodi di allarmismo hanno fatto compagnia alla denuncia-shock di Wakefield.
Ad esempio, sul finire degli anni ’90 in Francia si arrivò a modificare il programma di vaccinazioni contro l’epatite B nel timore di un possibile legame (mai provato) con la sclerosi multipla e in Nigeria, nel 2003, fu messa alla gogna la vaccinazione anti-polio, cosa che poi determinò la reintroduzione della malattia in molti paesi africani “virtuosi” nei quali era ormai scomparsa.
Ma torniamo al nostro Wakefield.
A causa delle sue accuse contro il vaccino trivalente, in Inghilterra ci fu un crollo delle vaccinazioni seguito da diverse epidemie di morbillo per le quali persero la vita molti bambini.
Bisogna anche dire che lo studio di Wakefield, basato su una popolazione troppo esigua perché potesse essere ritenuto valido (12 bambini di cui solo 8 erano malati), era apparso subito azzardato e inconsistente.
Inoltre , in ogni lavoro scientifico che si rispetti, deve essere sempre presente una popolazione di controllo con cui confrontare i propri risultati, cosa che nello studio di Wakefield mancava.
Come se non bastasse, molte deduzioni si basavano sui ricordi dei genitori e su dichiarazioni degli stessi che non potevano essere verificate.
Insomma, l’articolo e le sue conclusioni facevano acqua da tutte le parti eppure, nonostante fosse abbastanza evidente che si trattasse di un “fake”, come oggi diremmo, la cosa fu “passata” con i danni illustrati sopra.
L’autore dell’articolo venne comunque invitato a espandere la sua ricerca utilizzando un numero ben maggiore di pazienti, ma egli si rifiutò e per questo motivo venne allontanato dalla Royal Free Medical School, dove lavorava.
Fu un giornalista del Sunday Times, Brian Deer che, al posto dell’inerte comunità scientifica, rivelò tutta la verità con una serie di inchieste svolte tra il 2004 e il 2006.
Egli scoprì, infatti, che Wakefield era stato ingaggiato, due anni prima di pubblicare il suo articolo, dall’avvocato Richard Barr, rappresentante di un gruppo di persone che si batteva per il risarcimento dai presunti danni causati dai vaccini, con una, “diaria” di 150 sterline/ora e che successivamente, per sole 436.000 sterline egli aveva falsificato i risultati dello studio e le cartelle cliniche dei pazienti.
Le rivelazioni del Sunday Times costarono a Wakefield la radiazione dall’albo nel 2012 e la cancellazione del suo articolo sulla prestigiosa rivista.
Il suo lavoro è rimasto l’unico al mondo a sostenere un’associazione tra autismo e vaccini.
Numerosi studi condotti su popolazioni molto più ampie di pazienti e condotti con il rigore scientifico necessario, hanno dimostrato che non c’è alcun nesso se non quello della casualità tra autismo e vaccini.
Tra questi, c’è la gigantesca ricerca danese su 657.000 bambini nati tra il 1999 e il 2010 che ha comparato l’insorgenza di autismo tra bambini vaccinati e no dimostrando anche che l’età non è un fattore influente.
Ma ancora più incredibile è la ricerca effettuata su 14.700.000 (avete capito bene: quattordici milioni e settecentomila) bambini vaccinati nell’arco di quindici anni, pubblicata nel 2012 dal Servizio Regionale di Riferimento per l’Epidemiologia di Alessandria che è giunta alle stesse conclusioni dello studio danese.
A tutt’oggi, però, il dubbio instillato dall’articolo di Wakefield rimane ancora in tante persone.
Purtroppo, molti no vax basano le loro preoccupazioni su motivazioni che non hanno alcuna base scientifica o su deduzioni alimentate da siti produttori di fake news che hanno facile presa sulla popolazione.
Chi si documenta, lo fa generalmente in maniera superficiale seguendo più chi si erge a paladino delle proprie convinzioni che consultando fonti attendibili.
Spesso è più il grido di un politico motivato dai propri interessi personali che la voce di chi studia e fornisce dati inconfutabili a creare movimenti di protesta basati, in fin dei conti, sul nulla.
Nel nostro caso, la scienza sperimentale ci dice che i dati non suffragano l’ipotesi del nesso con l’autismo.
Poi ci sarà sempre qualcuno che dirà la sua sulla base della sua interpretazione di fatti basati sull’osservazione personale (del tipo, chi l’ha detto che il fumo fa male? Mio nonno è campato cent’anni e fumava come un turco).
Però questa è disinformazione.
Ed ogni volta che facciamo disinformazione e diffondiamo idee che sono state smentite attraverso studi lunghi e complicati dalla comunità scientifica, facciamo un danno enorme le cui conseguenze ricadono su noi e soprattutto sui nostri figli.
Comunque, è sempre bene ricordare che “quando una vaccinazione viene inclusa nei programmi di sanità pubblica è già stata effettuata una stima del rapporto rischi/benefici, calcolata in modo scientifico che certamente il cittadino comune non è in grado di fare. Si calcola da una parte la probabilità di contrarre la malattia e di subirne gravi conseguenze (si pensi a tetano, poliomielite o difterite)e poi, dall’altra, il rischio di eventi avversi attribuibili alla vaccinazione. Per tutte le vaccinazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale questo rapporto di rischio è estremamente favorevole per la vaccinazione. Per questo la sanità pubblica investe risorse, mezzi, uomini, idee nelle vaccinazioni: perché sicuramente, in termini di salute pubblica, queste azioni sono quelle che pagano di più” (Dr. Stefania Salmaso, epidemiologa).
Rimane la questione di eventi gravi, compresa la morte, che indubbiamente accadono, ma che sono estremamente rari.
Considerate, però, che è molto più probabile che la salute venga gravemente compromessa da una malattia prevenibile da vaccinazione che dalla vaccinazione stessa; inoltre i benefici delle vaccinazioni superano di gran lunga il rischio di complicanze e in assenza dei vaccini i danni o i decessi causate dalle malattie prevenibili sarebbero molti di più.
Coloro i quali, invece, si chiedono se la somministrazione di più vaccini insieme sia pericolosa, possono tranquillizzarsi.
È provato che non esiste alcun pericolo al riguardo.
Pensate per un attimo con quante sostanze che stimolano il sistema immunitario vengono in contatto con i vostri bambini ogni giorno, quante essi ne assumono con il cibo, quanti batteri viaggiano tra naso e bocca seduti comodamente sui polpastrelli delle dita che hanno appena curiosato tra le narici.
Certamente un numero molto maggiore di quanti non ne vengano inoculati con uno o più vaccini.
Per non parlare, poi, del risparmio in tempo e denaro che si ha con vaccini multipli e della certezza di eseguire in un’unica “botta” il ciclo di vaccinazioni programmate.
Infine, rassicuriamo coloro che temono il famoso mercurio.
In effetti, in alcuni vaccini è presente un conservante chiamato tiomersale che contiene mercurio. Una volta entrato nell’organismo, il tiomersale libera il mercurio che è tossico per il sistema nervoso, ma in quantità ben più superiori a quelle contenute nei vaccini.
La grande notizia, però, è che in Italia sono utilizzati vaccini che non ne contengono affatto.
Contenti? Spero di sì.
A questo punto avrete elementi sufficienti per farvi una vostra idea sulla questione.
Io la mia ce l’ho, ma questo non ha influito in alcun modo sul racconto di fatti.
I fatti sono fatti.
Se sono qui a scrivere, se voi siete qui a leggere, lo dobbiamo ai vaccini che ci hanno protetto fin da piccoli.
Non nego i rischi, che esistono, ma questi sono rarissimi.
Ed è per questo che dobbiamo rispettare quei padri e quelle madri il cui figlio/a ha sviluppato una grave patologia dopo averlo/a fatto/a vaccinare.
Casi, ripeto, rari, ma evidenti e di difficilissima collocazione: colpa davvero del vaccino? Colpa della sensibilità personale? Colpa di altri fattori scatenanti secondari ma pur sempre riconducibili a un’unica causa ovvero il vaccino? La patologia sarebbe arrivata lo stesso con o senza vaccino e quindi possiamo parlare di mere coincidenze?
Tutto è possibile.
La Scienza non dà risposte ad ogni nostro interrogativo e in molti casi le dà senza assolutismi.
Nel nostro caso ci dice che gli studi sull’argomento vanno tutti in una direzione, ma non non danno una certezza assoluta.
I rischi sono sempre dietro l’angolo.
In medicina come nella vita.
Rischi che ci sono anche in una aspirina o nello sciroppo per la tosse.
Eppure, quando avete mal di testa, prendete un analgesico, se la tosse non vi fa dormire, alla fine ricorrente allo sciroppo, ma se andaste a leggere il bugiardino del farmaco più innocuo, quello che state per ingurgitare e che vi allieverà il dolore o la febbre o il raffreddore, inorridireste.
Ma non lo fate e fate bene.
Perché dentro di voi sapete che la probabilità di avere un effetto indesiderato è davvero bassa, quasi inesistente.
Di contro, l’altissima probabilità di beneficio, in questo caso, supera la bassissima probabilità di aggiungere un problema al problema.
E allora perché non fare lo stesso ragionamento con i vaccini?
Tanto più che abbiamo fior fiori di studi seri che ci confortano.
Studi, ripeto, seri, con dati verificabili.
Se poi non credete nemmeno a questi, allora io mi fermo.
Non ho armi contro l’impossibile.
Mettere in discussione tutto e tutti, sospettare sempre l’intrallazzo dietro l’angolo orchestrato da interessi occulti (che certamente esistono, per carità), non è una buona politica.
A qualcuno ad un certo punto bisogna pur dare credito.
E questo qualcuno lo si sceglie con cura, analizzando, studiando i dati che vi vengono propinati.
Ma mai senza prima conoscere, mai senza seguire come pecore l’urlatore di turno, quello che sa cosa volete sentirvi dire e lo usa per i propri scopi.
I fatti che vi ho raccontato sono inconfutabili.
Trovate tutto su internet, consultando i siti di istituti, università, associazioni che siano riconosciuti e accreditati di serietà e rigore scientifico.
Ora tocca a voi.
Scegliete la strada della conoscenza.
È la benzina del progresso.

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