Roma, roghi tossici: la disperazione dei Cittadini


A guardare i numeri dell’ultimo censimento Rom sembrerebbe che nell’arco di dieci anni l’emergenza si sia più che dimezzata (dagli oltre 7.200 nomadi censiti con Alemanno nel 2009, ai circa 4.500 dell’era Raggi nel 2017, si è scesi a 3mila, identificati dalle forze dell’ordine, nella gestione Salvini).

Ma, come sapete, noi di RR abbiamo l’abitudine d’incrociare i dati.

E cosa dicono? Dicono che ai campi regolari e a quelli tollerati si sono aggiunte, con crescita vertiginosa, le favelas che sorgono ovunque e che, stando ai numeri, in meno di un anno sono aumentate di oltre cento unità.

Dalle circa 223 dell’ottobre 2018 alle 338 attuali.

Chi e cosa giri in queste baraccopoli, presenti dal centro alle periferie, non è dato sapere e questo desta preoccupazione e senso d’insicurezza da parte dei Cittadini.


Quanti sono?
Nel 2020 non ce lo sanno dire con esattezza!

L’altro tema importante è rappresentato dall’inquinamento.

È della scorsa settimana la notizia del ritrovamento di una enorme quantità di rifiuti interrati al Parco di Centocelle, risalenti alla chiusura del Campo Rom “Casilino 900“ ai tempi di Alemanno.

Sono stati fatti esposti in Procura.


Le bidonville abusive, spesso ai margini di Tevere e Aniene, rilasciano enormi quantità di rifiuti nei due fiumi; i campi rom sono invece specializzati nell’accumulare attraverso la pratica del rovistaggio (altra piaga cittadina) per poi bruciare di tutto al fine di ricavare metalli (rame, ferro e acciaio).

I roghi tossici, nonostante i divieti e le promesse, continuano a bruciare dentro e nelle immediate vicinanze dei campi nomadi intossicando interi quadranti della Città.

È un problema gravissimo per la salute pubblica.

Il Campidoglio si era detto pronto a istallare in sei insediamenti “caldi” altrettanti dispositivi di videosorveglianza ma soprattutto “spie di calore” per poter così tempestivamente intervenire sugli incendi e limitare la proliferazione in aria di elevate quantità di agenti inquinanti, a partire dalle diossine. Tra poco, hanno dichiarato, verrà chiuso un bando di gara per le telecamere.

Risolverà il problema!?!
Non crediamo…

Questa è la fotografia attuale, necessaria per comprendere la situazione di disagio ed emergenza di migliaia di romani e per introdurre l’esperienza vissuta da Luca, nostro rappresentante civico, giusto ieri.
A voi,
Redazione RR


Scrivo ora che le mani hanno smesso di tremare.
E le gambe mi hanno portato a casa.
Ma non so come, davvero non so come…
È successo tutto così in fretta.
Rispondo a una richiesta di aiuto.
Una delle tante che ormai mi arrivano quotidianamente.
Disperati che nessuno ascolta.
Persone che sono talmente esasperate e sole da arrivare a credere che io possa dare loro una mano.
Io che non conto nulla, io che nella vita faccio il biologo, io che torno a casa e mi viene da piangere ogni giorno perché sono solo anch’io con il mio essere niente e la mia impotenza.
Soli.
Un mondo di soli.
Sono tantissime, queste persone sole.
Ignorate, dimenticate, umiliate da chi dovrebbe ascoltarle e proteggere.
Una tragedia nelle infinite tragedie di Roma.
Ebbene, Paola mi scrive in privato.
È disperata.
Ogni mattina e ogni sera di ogni giorno respira i fumi tossici provenienti dal villaggio rom di via del Foro Italico.
Non può stendere i panni, non può utilizzare il balcone, non può aprire le finestre, vive come una reclusa.
Ha provato di tutto.
È andar a chiedere aiuto ovunque.
Polizia, Carabinieri, Municipio, Vigili Urbani, niente.
Nessuno è competente per quel problema.
Ognuno si rimpalla le competenze.
La invitano a scrivere ad altri organi, ha una sfilza di nominativi.
Ma non ha più la forza.
Eppure mi scrive.
E io le rispondo.
Parliamo mentre cerco di farmi un’idea dell’entità del problema e come affrontarlo.
Chattiamo per giorni, la sua rabbia è a un livello inimmaginabile.
Vuole lasciare la sua casa, andare via da Roma.
Non ho molte armi, ma i video ogni tanto funzionano.
Si materializza un’idea.
Bisogna andare là, al campo.
Lei mi manda un link di google.
È la visione dall’alto della, zona incriminata.
Zoommando, si vede qualcosa cui stento a credere.
Un’area grande quanto un campo di calcio ricoperta da immondizie di ogni genere dietro il campo nomadi .
È qualcosa di inverosimile, ma è crudelmente e tristemente vera.
Studio i possibili ingressi, le vie di fuga, zoommo e rizoommmo per giorni.
Infine decido di fare un sopralluogo, da solo.
Vado prima in bicicletta e raggiungo il centro di raccolta dell’AMA ai campi sportivi.
Lí sembrava dalla mappa che ci fosse una strada che conduceva alla discarica passando dietro il campo zingari.
La strada c’è, ma è sbarrata da un cancello.
Non si passa.
Tento allora di raggiungere l’altro passaggio verso lo svincolo della Salaria, vicino alla foce dell’Aniene, ma nonostante gli sforzi, contromano sul marciapiede disconnesso, non riesco ad arrivare.
Il giorno dopo vado con la macchina.
Trovo il varco.
È una strada sterrata piena di buche che porta agli sfasciacarrozze giù sulla riva del Tevere.
Mi fermo.
Sono indeciso.
Sono solo, è già l’imbrunire.
Tergiverso.
Poi mi decido e imbocco lo sterrato.
Supero lo sfasciacarrozze, curvo e la strada diventa molto stretta.
L’auto sobbalza, io ho il cuore in gola.
Dopo due o trecento metri c’è un piccolo slargo.
Mi fermo.
Sto rischiando parecchio, sono vicinissimo alle baracche del campo zingari.
Non c’è nessuno.
Mi fermo.
Controllo la chiusura degli sportelli.
Istintivamente mi tolgo l’orologio che era di mio padre e lo nascondo nel posacenere.
Possono togliermi tutto, ma l’orologio di papà no.
Ma non proseguo.
Sono sopraffatto dal terrore.
Qui non si può scherzare.
Con una manovra faticosissima giro la macchina e torno indietro.
Una goccia di sudore mi cade sui pantaloni.
Respiro e sono già su via del Foro Italico, verso casa.
E arriviamo a oggi.
Stamattina mi chiama Paola.
È agitata, mi chiede se io stia bene.
Sa che ieri sono andato per una ricognizione ed è in pensiero.
Parliamo un pó e poi decidiamo.
Andiamo insieme.
La vado a prendere alle 15,30.
Lei entra in macchina e porta con sé una busta con scarpe da trekking.
La cosa mi fa sorridere : andiamo nel campo zingari, non a fare una scampagnata in montagna.
Arriviamo al varco per lo sfasciacarrozze e mi fermo, come è accaduto ieri.
La guardo, mi guarda.
Non diciamo una parola.
Nascondo di nuovo l’orologio di papà nel posacenere.
Scendiamo.
Arriviamo allo slargo e proseguiamo.
A destra e sinistra baracche in lamiera, alcune delle quali abitate.
Si intravedono porte in lamiera arrugginite aperte e dentro suppellettili di ogni genere in un caos e sporcizia da far ribrezzo.
Arriviamo quasi sotto il ponte della ferrovia.
Un cane ci abbaia.
Qualcuno esce da una baracca e rimane sull’uscio ad osservarci.
Fermo l’auto vicino alla rete oltre la quale c’è la riva del Tevere.
Paola infila le scarpe col carro armato, io scendo facendo finta di nulla.
Il mio cuore va a mille, ho il fiato corto.
Ma ormai non si può tornare indietro.
Ci avviamo a piedi sotto il ponte, completamente annerito dai fumi dei roghi.
Intorno il paesaggio è desolante.
Una distesa di immondizie di ogni genere è sotto di noi fino all’acqua e dentro.
Con la coda dell’occhio vedo materializzarsi un uomo su una bicicletta, poi un altro a piedi in lontananza.
Un altro si affaccia dal cancello dello sfasciacarrozze e guarda la targa dell’auto.
Faccio finta di osdervare una canoa che passa.
Afferro il cellulare in tasca e lo tiro fuori.
Lentamente, molto lentamente.
Un altro uomo, nel frattempo, si posiziona più in alto.
Comincio a riprendere coprendo i movimenti della mano con la giacca.
Paola è vicino a me e fa lo stesso.
Non diciamo una parola.
È un video breve, il mio è veloce.
Paola invece riprende più lentamente.
Decido di non avvertirla dei tre uomini che ci osservano per non metterla in agitazione e mi sposto.
Ho notato un viottolo.
Lo percorro.
Ma tengo sempre d’occhio i tre e Paola.
Ho una visione a 360° che ho sviluppato da quando sono nati i miei due gemelli.
Al parco, riuscivo a correre dietro a uno tenendo d’occhio contemporaneamente l’altro dalla parte opposta.
Ho il cellulare acceso mentre risalgo il viottolo.
Fiuto qualcosa di grosso.
Man mano che salgo, davanti a me si apre una visione terrificante.
Un’anfiteatro, una sorta di curva di stadio, fatta solo di montagne e montagne di immondizia e rifiuti di ogni genere che coprono tutto il mio orizzonte, a perdita d’occhio.
Non riesco a credere a ciò che vedo.
Sembra un film dell’orrore, un inferno, peggio dell’inferno.
È inverosimile, impossibile.
Eppure è vero.
Un mare agitato perché sembra di vedere anche le onde che soffoca il respiro e ti uccide dentro.
Rimango immobile, con la bocca aperta.
Non posso andare avanti, rischierei di sprofondare sotto metri e metri di rifiuti, eternit, carcasse di auto, moto, infissi, vetri, porte, finestre, cessi, letti, materassi, sedie, forni, frigoriferi, lavandini, mattonelle, reti metalliche, armadi, fili elettrici, fusti di ogni genere e forma e altro e altro e altro ancora.
Tutto sembra animato, ondeggia, rumori sinistri, voragini e piramidi piene di ogni genere di roba buttata li in un groviglio di spire che si contorcono stridendo come animali al macero.
Un mostro gigantesco che ti alita addosso il suo fetore e ti ipnotizza tanto che non riesci a staccarti da lui e più lo guardi più desideri guardarlo perché l’orrore attrae quanto la bellezza.
Ne sei soggiogato, ammaliato, non puoi e non vuoi fuggire.
Sei in una prigione di sentimenti contrastanti e non sai più chi sei, cosa sei, non hai pensieri, desideri, non sei più tu.
Sei un tutt’uno con lui.
Uno spettacolo mai visto, impossibile da descrivere.
La mia frequenza cardiaca rasenta l’infarto.
Sono pochi secondi.
Pochi secondi nei quali esco dal corpo, come morto, urlo senza emettere un suono, piango senza lacrime,
Pochi secondi, penso non più di dieci.
Poi torno in me.
Improvviso un pensiero umano.
Paola.
Mi giro.
È ancora lì che riprende.
Torno indietro.
Le faccio cenno di seguirmi.
Gli uomini non si sono mossi.
Altri occhi ci spiano, non li vedo ma li sento.
Siamo una presenza poco gradita, non dovremmo essere lì.
Affretto il passo e con la mano continuo a farle cenni.
Ho la tremenda, sensazione che il nostro tempo sia scaduto.
Tutto può precipitare da un momento all’altro.
Raggiungo l’auto, mi tolgo la giacca e mi siedo.
Paola vorrebbe cambiarsi le scarpe, ma le intimo sottovoce di entrare con tutto il fango sotto la suola.
Non c’è più tempo.
Guardo nello specchietto.
I ceffi sono sempre là.
Un fischio.
Vedo il terzo uomo inforcare la bicicletta.
Giro la chiavetta, accendo e afferro il volante.
Le mani tremano come se fossero sotto effetto di una scarica elettrica.
Non riesco a tenere il volante.
Ma parto.
Ripercorriamo lo sterrato verso via del Foro Italico.
Davanti a noi un’auto blu percorre il viottolo nella stessa direzione.
Non l’avevo notata, prima.
Da dove cavolo sbuca?
Sudo.
Se si dovesse fermare non avremmo alcuna via di scampo, non potremmo raggiungere la salvezza.
Già mi immagino gli sportelli che si aprono, i ceffi che scendono e vengono verso di noi, le lame dei coltelli che riflettono i raggi del sole, il nostro terrore, le urla, il sangue…. e poi…
Stringo il volante mentre il sudore delle dita rende la presa difficilissima.
L’auto blu per fortuna non si ferma.
Non è li per noi, evidentemente è uscita da uno sfasciacarrozze.
I fantasmi si sgretolando come sculture di sabbia al vento.
Gli ultimi cento metri in salita.
E siamo fuori.
Salvi.
Fermo la macchina all’imbocco di via del Foro Italico.
Ho bisogno di respirare.
Ci guardiamo.
“Siamo due pazzi”, fa Paola.
Annuisco.
Ma non è finita.
Dopo pochi minuti siamo nello spazio antistante il negozio NaturaSi che confina col campo zingari.
Qualcuno che non vuole essere nominato mi aveva in precedenza parlato di un sottopasso tra le baracche e i campi sportivi.
Abbiamo talmente tanta adrenalina in corpo che vogliamo osare: entrare nel campo e imboccare quel tunnel.
Paola continua a ripetermi che vuole vedere il peggio del peggio per convincersi ad andare via.
Sembra in trans, ha lo sguardo allucinato, come fosse in preda a una crisi di astinenza dalla droga.
Io, a questo punto, mi sento come superman dopo un’impresa impossibile.
Ora sfido i miei limiti e il tunnel dell’orrore sembra pronto a sfidarmi o io a sfidare lui.
Di fronte a noi ferve la vita nel campo nomadi.
Donne sdentate che stendono i panni tra rifiuti e lamiere, bambini sporchi e malconci che giocano urlando, uomini che fumano e parlottano tra i container arrugginitistracolmi di immondizia.
Il tutto in un degrado che non oso raccontare.
Chiediamo informazioni sul benedetto sottopasso mentre l’odore acre di gomma bruciata proveniente dal campo comincia a farsi sentire.
Non riusciamo ad avere notizie precise.
Esiste, ma poiché nessuno ha osato mai percorrerlo, pare più una leggenda che realtà.
Saliamo a piedi sul marciapiede di via del Foro Italico seguendo una indicazione, ma non lo vediamo.
Comignoli neri come il carbone si protendono dai tetti in lamiera verso la strada.
È da lì che i fumi invadono l’area circostante e più in là le case dove abita Paola.
Torniamo indietro e ci accorgiamo, in basso, di un corridoio tra le baracche e il muro di contenimento della strada.
Sembra esserci in passaggio.
Scendiamo tra gli sguardi di quelle donne e di quegli uomini.
Percorriamo il corridoio tra puzza di escrementi e di urina e imbocchiamo il tunnel immerso nella semioscurità.
Non abbiamo paura e, come in precedenza, non parliamo.
Procediamo tra immondizia e altro senza mai guardarci indietro e sbuchiamo dall’altra parte.
Sembra di essere usciti da un incubo per entrare in una favola.
Prati, uccellini che cinguettano, profumi, gente allegra intenta al tiro al volo.
Un nuovo corridoio ci porta sul marciapiede opposto.
Il campo nomadi non è più visibile.
Uno sguardo e torniamo indietro.
Attivo il cellulare mentre camminiamo.
Percorriamo il tunnel in senso opposto ma quando siamo alla fine del corridoio, ci accorgiamo che siamo obbligati ad entrare tra le baracche e gli zingari.
Sento la paura e poi l’adrenalina in bocca.
Ma non mi fermo.
Paola si tiene vicina e insieme sbuchiamo nel campo, tra stracci stesi e odori nauseabondi.
Camminiamo senza fermarci, senza voltarci, lo sguardo fisso verso la salvezza.
Nessuno si preoccupa di noi.
Le donne stendono, gli uomini chiacchierano, i bambini giocano.
Passiamo tra i due container arrugginiti traboccanti di ogni sorta di rifiuti e raggiungiamo il parcheggio del negozio di prodotti biologici dove ho parcheggiato l’auto.
Entriamo.
Ci guardiamo.
Negli occhi di Paola ritrovo la tristezza che alberga nei miei.
Non c’è felicità per essere usciti indenni da questa esperienza.
Né da essere fieri per esserne usciti vivi.
Solo tanta tristezza.
Un oceano di tristezza.
Guardiamo i video ammutoliti.
È un orrore di cui prendiamo consapevolezza man mano che le immagini scorrono.
Immagini che non allego.
No, questa volta no.
Almeno per qualche giorno.
Dobbiamo ambedue pensare cosa farne perché possano essere strumento per un effettivo coinvolgimento di chi sarebbe preposto a porre rimedio a situazioni del genere.
Siamo confusi, disorientati.
Torniamo verso il nostro mondo.
Un mondo malato, un mondo che non mi appartiene.
Ora sono a casa.
Non so perché, non riesco più ad usare parole per parlare.
Non voglio sentire nessuno.
Scrivo.
Adoro scrivere.
Mi aiuta a non pensare.
E a riemergere dall’inferno.
Perché io e Paola, questa volta, all’inferno ci siamo stati per davvero.
E da lì non siamo più tornati.

Luca Laurenti

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